Leonardo Bonucci ripercorre il suo legame con la maglia azzurra con una sincerità che lascia trasparire tutto il peso emotivo di una carriera vissuta al massimo. L’ex difensore della Nazionale, oggi assistente tecnico, racconta un percorso fatto di orgoglio, responsabilità e battaglie quotidiane. “Quello con la Nazionale è stato un rapporto viscerale… Sono state 121 bellissime presenze culminate con la vittoria dell’Europeo, mi manca soltanto la parte relativa ai Mondiali”, confessa, indicando proprio la scarsa esperienza iridata come l’unico vero rimpianto.
Il Mondiale, per Bonucci, rappresenta un traguardo sfiorato più volte, un palcoscenico che avrebbe voluto vivere con maggiore continuità. “Giocare un Mondiale infatti è un’esperienza diversa… se all’inizio della mia carriera mi avessero detto che sarei stato il quarto azzurro per presenze non ci avrei mai creduto”, racconta, ricordando come nulla gli sia stato regalato e come ogni passo avanti sia stato conquistato “con i denti”, contro critiche e diffidenze. Una fiamma che lo ha alimentato per anni, fino al momento in cui ha scelto di chiudere il cerchio. “Una volta che non ho avuto più quella fiamma dentro ho messo un punto alla mia carriera nel modo giusto”, aggiunge, spiegando di sentirsi ora pronto a una nuova fase della vita.
Il racconto si sposta poi su uno dei momenti più dolorosi della recente storia azzurra: la mancata qualificazione ai Mondiali. Bonucci non cerca alibi, ma riconosce il peso degli episodi. “Probabilmente doveva andare così… abbiamo fatto di tutto e di più ma ci sono state un po’ di situazioni che hanno cambiato la partita”, ricorda, sottolineando come la fortuna vada anche “portata dalla propria parte”. L’immagine dello spogliatoio dopo l’eliminazione resta impressa: “Non riuscivamo nemmeno a guardarci in faccia, è stato un momento difficile”.
Eppure, da quella delusione è nata una delle più grandi rivincite della storia recente del calcio italiano. “Le cose che ti deludono maggiormente sono quelle che poi ti aiutano ad andarti a prendere delle rivincite… abbiamo conquistato l’Europeo dopo 60 anni”, conclude, trasformando il ricordo amaro in un simbolo di resilienza.